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Migliaia in cura dall'erede di Di Bella

«Così ridò la speranza»
Verona, Norsa «riabilitato» da Storace in gioco il rientro in corsia del protocollo

VERONA - Tenne banco tra il 1997 e il 1998 tra mille polemiche, fu sottoposta a sperimentazione dall'allora ministro della Sanità Rosy Bindi, per poi ritirarsi dalle scene, osteggiata dalla medicina tradizionale e abbandonata dal sistema sanitario nazionale. Ma la terapia contro il cancro messa a punto dal professore modenese Luigi Di Bella non sparì. Continuò ad essere somministrata, in ambulatori privati, da un centinaio di medici, riuniti della Società italiana di bioterapia oncologica (Sibor) e oggi rivalutati dal ministro della Salute, Francesco Storace. Convinto dai loro risultati a «riconsiderare la base della terapia Di Bella».

Una riapertura accolta a braccia aperte dal dottor Achille Norsa, chirurgo toracico all'ospedale Borgo Trento di Verona, che della Sibor è vicepresidente e rappresenta un punto di riferimento italiano e internazionale per i pazienti che scelgono questo protocollo. A lui arrivano malati provenienti anche da New York, Germania, Israele, Inghilterra e Olanda, spesso indirizzati da quegli stessi specialisti fedeli alle cure tradizionali (chirurgia, chemio e radioterapia) che hanno sempre osteggiato i «dibelliani», considerandoli una sorta di sciamani. «In dieci anni ho seguito duemila soggetti, pure bambini, colpiti da ogni tipo di tumore, non solo da quello al polmone - rivela Norsa - e l'esito è soddisfacente. In alcuni casi la neoplasia è sparita, in altri e regredita, in qualcuno si è stabilizzata. Ci sono stati anche dei decessi, perché quando il cancro è troppo grande e ormai in metastasi è difficile curarlo. Però ho avuto pazienti dati per spacciati dalla terapia tradizionale, perché la malattia era arrivata al terzo e al quarto stadio, che sono sopravvissuti». Tra questi rientrano i 38 malati di tumore al polmone che secondo la letteratura scientifica avrebbero avuto una prospettiva di vita di 3/4 mesi, salita invece a 14,9. Proprio su di loro il dottor Norsa ha costruito uno studio che sarà pubblicato da un'importante rivista scientifica americana.

«Le leucemie e i linfomi, cioè i tumori liquidi, rispondono meglio al trattamento -spiega il medico- quanto a quelli solidi, dipende dallo stadio della malattia. i migliori risultati si ottengono comunque su pazienti non ancora sottoposti ad altre cure». Il metodo Di Bella punta a inibire i fattori di crescita del tumore, attraverso la somministrazione di somatostatina e melatonina (rispettivamente ormone e neurotrasmettitore presenti nel nostro organismo), bromocriptina (è un farmaco e rallenta la produzione di prolattina, ormone che può scatenare cancro alla prostata e alla mammella, anche nell'uomo) e retinoidi (miscela di vitamina A e provitamine del gruppo A immerse in vitamina E, utile a regolare la crescita delle cellule). «Il procedimento evita al malato i gravi effetti collaterali scatenati da chemio e radioterapia e ne migliora le condizioni generali -assicura lo specialista-. Certo, oltre a un prelievo di sangue mensile e a radiografie, scintigrafie e altri esami periodici, comporta l'assunzione di una decina di farmaci al giorno e quella sottocutanea e notturna della somatostatina, attraverso un apparecchio che il malato deve comprarsi. Così com'è a suo carico la somatostatina, che costa 600-700 euro al mese».

Una spesa, soprattutto per i pensionati, che rappresentano la gran parte dei malati. La Sibor allora ha già raccolto 50 mila firme per rendere immediatamente operativa la proposta di Storace di portare in fascia A, cioè a carico del servizio sanitario nazionale, tale farmaco. Un ritorno alla cura Di Bella, quello del ministro, che ha già consentito ad alcuni medici, tra cui lo stesso Norsa, di somministrarla anche a loro pazienti operati e ricoverati in ospedale, struttura finora off limits. «Solo per ignoranza», chiude il chirurgo di Borgo Trento, che del professore modenese fu allievo all'Università ma che riscoprì quando un'amica affetta da tumore alla vescica fu da lui guarita. Allora lui corse dal suo vecchio maestro, si fece spiegare la terapia e dal 1997 cominciò ad applicarla da solo, con la sua supervisione.

Ma la medicina tradizionale continua a storcere il naso. «E' stata fatta una sperimentazione negli ospedali pubblici, da oncologi di fama, con risultati negativi -ricorda il dottor Orazio Vinante, past president veneto dell'Associazione italiana oncologi medici- la scienza ufficiale si è già espressa in merito. Si potrebbe rimettere tutto in discussione se il protocollo presentasse delle novità, ma è rimasto uguale».

Michela Nicolussi Moro

Tratto da "Corriere del Veneto" - 2 Dicembre 2005